I controlli e i controllori in aeroporto

 Ho scritto questo articolo qualche giorno prima dell’attentato a Bruxelles. Alla luce di quanto avvenuto mi ricredo sul conto dei controlli in aeroporto in India che fanno esasperare i passeggeri e speriamo anche eventuali terroristi.

Il poliziotto indiano impiegato negli aeroporti appartiene a quel genere di lavoratore che lascia perplessi. Non varchi l’entrata generale se non esibisci passaporto e biglietto stampato del viaggio. Cosa che per noi risulta essere superata dal ticket on line. Altro controllo avviene con i bagagli che rullano dentro ad uno scanner per poi uscire e accumularsi senza ordine fino a quando un addetto non ci appiccica sopra un’etichetta. Generalmente questa procedura richiede l’impiego di una decina di persone che fanno più confusione che altro. Poi si passa al check in e lì, come in ogni aeroporto devi salutare le tue borse, con quell’ansia da smarrimento di bagaglio imminente che, avendo viaggiato molto, ho provato e non solo una volta. Un anno per andare in  Giordania ho perso la borsa dell’attrezzatura subacquea – una volta ci si portava appresso non solo la muta e l’erogatore ma anche la cintura dei pesi e gli stessi pesi, ma non il GAV perché, proprio perché non sono una giovincella, non era ancora stato scoperto – e con l’attrezzatura anche le scarpe. Ho ancora il segno delle cicatrici che mi si sono formate sui piedi, avendo dovuto usare gli unici miseri sandaletti rimasti, anche il giorno in cui stupidamente io , mia sorella e un amico conosciuto in viaggio ci siamo persi nel deserto. Posso dire con certezza cosa significhi avere una sete da morire al punto da desiderare anche l’acqua salatissima del mare.

Una volta detto addio alle valigie si procede al controllo passaporti dove per un nulla puoi essere fermata. Infatti, puntualmente io e Ugo veniamo fermati. Non ho ancora capito perché, so che dopo aver compilato una serie di foglietti ciclostilati, dalla forma poco regolare e destinati ad un cestino della spazzatura, ci fanno andare avanti. Si procede  al controllo bagagli a mano e anche questa fase  merita una descrizione. Donne da una parte e uomini dall’altra. Non in fila indiana- chissà poi perché si dice fila indiana, forse per gli indiani d’America?- perché le file in India non esistono. Esistono le linee parallele che si intersecano in più punti creando un groviglio di arti umani da paura. Anche qui devi sopportare il distacco dal tuo bagaglio a mano, dal tuo computer, dal telefonino e da quegli oggetti che una volta persi potresti anche morire. E’ come tagliare il cordone ombelicale perché li vedi scomparire dentro un tubone per poi cadere rovinosamente aldilà dello scivolo. Ma non puoi correre a recuperarli come per riabbracciare un figlio che sembrava perso. Devi prima subire un altro controllo dalla poliziotta (per le donne) vestita di marroncino che a motti bruschi e decisi ti invita ad assumere la posizione del Cristo in croce. E qui avviene il bello: vuole la carta d’imbarco per farci un bel timbro. Ma tu non ce l’hai perché l’hai infilata nella borsetta che hai appena salutato. Credetemi, in questi frangenti io rischio ogni volta di andare a fare compagnia ai maro’, almeno a quello che è rimasto in India. Il recupero della carta d’imbarco è disastroso ma alla fine ottengo il timbro che mi si trasferisce sui polpastrelli delle dita. Le borse a mano si ricongiungono con i proprietari sempre che non ci siano controlli più approfonditi da fare.

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In un viaggio in India ho avuto il colpo di intelligenza di dimenticare una forbice grande che mi serviva in orfanatrofio per aprire i pacchi. L’ho inserita all’ultimo momento nel trolley senza pensare alle conseguenze di un simile gesto. Devo confessare con imbarazzo, che oltre alla forbice grande il poliziotto ne ha trovate altre tre di dimensioni via via decrescenti.A questa scena hanno partecipato anche Ugo e le ragazze e ancora oggi la raccontano prendendomi in giro.

I poliziotti non credevano ai loro occhi quando man mano recuperavano dalla mia borsa la forbiciona, la forbice, la forbicetta e la mini forbicina. Io ancora oggi non ricordo di aver mai avuto tante forbici in vita mia e come siano finite tutte dentro il mio bagaglio ancora non me lo spiego. Credo comunque sia stata l’unica volta in cui ho visto un poliziotto aeroportuale indiano scoppiare a ridere.

Riusciamo ad oltrepassare il confine e ad entrare nell’area partenze dell’aeroporto di Trivandrum. Qui avvengono almeno altri tre controlli da parte di poliziotti dalle divise color marroncino, con i bottoni che tirano sulla pancia bella prominente, dall’atteggiamento severo e poco incline a socializzare. Non parlano con la bocca ma con i gesti, e non sono tanto gentili. Esprimono tutto il potere che quella divisa conferisce loro.

Fino a quando non entriamo nell’aeromobile i controlli si ripetono fino a diventare quasi comici. Peccato che nessuno rida e tutti siano molto nella parte: i passeggeri ligi e silenziosi, i poliziotti severi e austeri; i primi consapevoli che per una sciocchezza rischiano di perdere il volo, i secondi consapevoli che per una sciocchezza possono farti perdere l’aereo.

L’aereo decolla, i controlli sono terminati e iniziano le solite poesie delle hostess su come salvarci in caso di atterraggio di fortuna, su come indossare il salvagente e su come respirare con la mascherina. Intanto gli occhi seguono la pista e poi le nuvole e si riempiono di lacrime al pensiero dei bambini e degli amici che continueranno la loro vita in Daddy’s Home, sostituendo la mia faccia con quella di nuovi volontari in arrivo.

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