About Me

Sono una semplice volontaria in un orfanatrofio in India e questo è un blog che scrivo senza ambizioni particolari e senza scopi diversi dal desiderio di condividere la mia esperienza con chi ha interesse a farlo. Dal primo viaggio che ho fatto nel 2011 all’ultimo di Natale scorso, ho sempre sentito la necessità di parlarne il più possibile solo ed esclusivamente con chi mi dimostra vero interesse. So di non fare nulla di diverso e migliore di quello che giornalmente viene fatto da milioni di persone di ogni classe e nazionalità in ogni parte del mondo. Siamo circondati da persone meravigliose.

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Questo è un semplice diario in cui sto raccogliendo le emozioni e i ricordi più forti che mi sono rimasti nel tempo. Non entrerò nel dettaglio geografico né temporale, butterò giù tutto quello che sento e ricordo man mano che sfoglio le foto. Riesco a sentire ancora gli odori e ci sono suoni che appartengono solo all’India  che a volte risento: vivo di sensazioni provate durante la permanenza in orfanatrofio che cercherò di tradurre in parole, sperando di fare un buon lavoro. Ho deciso di raccogliere tutte le mie storie in un blog nel momento in cui ho capito cosa fosse davvero un blog. Meglio tardi che mai! E non mi importa se ne esco come una sprovveduta del web, perché lo sono.

Quando torno da un viaggio in India mi serve almeno una settimana per metabolizzare tutte le emozioni e le esperienze che vivo durante la permanenza in orfanotrofio. Quando sono di nuovo a casa, durante le prime notti, succede che mi svegli di soprassalto non capendo dove mi trovo. E’ una sensazione abbastanza spiacevole che dura per fortuna poco e che termina quando riesco ad individuare un riferimento che mi aiuti a realizzare che sono nella mia camera. Di solito la spia rossa del televisore mi salva.  A quel punto il cuore rallenta il suo galoppo e riesco a riguadagnare la posizione di partenza, quella che mi vede con la testa sul cuscino e non viceversa e a verificare che Ugo non si sia accorto di nulla . Allora capisco che non sono a Daddy’s Home, che l’indomani non sarò con i miei bimbi, ma alle prese con la quotidianità italiana e che altri mesi dovranno passare prima che io possa tornare da loro.

Scorrere le foto fatte e rivivere nelle immagini i momenti trascorsi mi aiuta a capire cose che nel momento in cui si manifestano sembrano incomprensibili. Con il tempo e con il distacco fisico riesco ad analizzare momento per momento e a farmene una ragione. Perché solo collocando ogni avvenimento in un contesto razionale mi dà la carica per tornare. Perché se mi fermassi agli occhi di certi bambini che incontro, dentro e fuori l’orfanotrofio, o alla sensazione di totale frustrazione che provo tutte le volte che arrivo in India non tornerei più. Gli occhi dei bambini, di molti bambini, hanno il vuoto. Sono bambini con storie di brutale violenza fisica e psicologica. L’India non è il solo paese dove queste cose accadono con sistematica frequenza, tanto da essere quotidiane abitudini che passano inosservate. Ma è qui che io sono arrivata cinque anni fa e qui cerco di dare quel nulla che posso dare, tornandoci tutte le volte che mi è possibile. Non so se qui sarà per sempre ma so che ora e qui voglio stare.

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Fare un blog per aprire al mondo (magari nessuno lo leggerà mai…) la mia cartella dei ricordi e dei pensieri è un modo per raccontare a chi ha voglia di ascoltare. Chi non vuole non entra e non legge. Troppe volte mi sono accorta di parlarne a voce a chi non aveva interesse a starmi a sentire. Gli occhi non mentono, non mentono gli occhi tristi dei bimbi indiani ma non mentono nemmeno gli occhi freddi della persona che non ti vuole ascoltare. Sono occhi carichi di quesiti senza risposta. “Chi te lo fa fare?” non può avere una risposta.

All’inizio ci resti un po’ male, poi capisci e ti rendi conto che la maggior parte delle persone non si ritiene all’altezza di porgere la propria mano a chi ne ha bisogno. Forse è vero che per decidersi ad aiutare è necessaria una piccola dose di presunzione.

Fare il volontario non dev’essere motivo di vanto così come non fare il volontario non dev’essere motivo di invidia verso chi lo fa.

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