Frida e Madre Teresa

Durante una delle mie permanenze in India arriva a Babies Home un fagotto di qualche settimana. Mi trovo una nuova neonata in una delle piccole culle in una mattina come tante. Il suo nome è Frida.

A me sembra che Frida abbia gli occhietti tanto infossati, ma non sono medico e potrei anche avere delle insignificanti impressioni da tenere per me. Purtroppo io non sono una che si tiene tanto le cose, e così provo a chiedere a Swarna se per lei Frida è a posto. Swarna è la responsabile sanitaria dell’orfanotrofio, soprattutto ora che il pediatra indiano non ci viene più a trovare.

Il giorno dopo Swarna mi dice che porterà i due ultimi neonati a fare un controllo medico in città. Due minuti di riflessione e salgo in auto con lei. Abbiamo un neonato a testa arrotolato nella copertina e un pieno di latte per il viaggio. Se non fosse per le brusche frenate e per il patema d’animo che ho quando sono in macchina, il viaggio verso la città potrebbe essere anche piacevole. Sta già calando il buio della sera, si accendono le luci  lungo la strada e sul ciglio sono tutti posizionati i carretti delle cibarie più strane. Potrebbe venire anche voglia di assaggiare qualcosa  ora che la vita prende un ritmo più veloce e la gente si riversa ancora di più lungo le strade. Con il buio tutto acquista un aspetto migliore. Di giorno c’è tanta gente, ma il caldo e l’umidità spingono molti a rimanere riparati in qualche luogo all’ombra. Con il calare della luce e della temperatura aumenta la confusione e tutto diventa più allegro. Puoi sentire anche il gioioso vociare misto a musica. La musica indiana è ovunque ed è sempre tutta uguale, ma è divertente e ti avvolge come una sciarpa di seta. Con il buio lo sporco scompare e l’immondizia accumulata lungo le strade sembra sparire. E’ questa l’India che cerco? Mi ritrovo spesso immersa nei pensieri che si rincorrono e che mi ripropongono le storie tristi dei bambini in Daddy’ s Home e le luci calde della sera. Penso e guardo tutto quello che avviene sulle strade che mi portano a Vijayawada lasciando Daddy’s Home alle spalle. Basta un colpo violento di clacson per scrollarmi di dosso questa piacevole e malinconica sensazione. Due fari puntano l’auto e all’ultimo minuto ci schivano. Andare contromano in India è scontato, d’altronde se hai bisogno di fare inversione di marcia non serve  andare fino al primo incrocio. Ti fermi e ti giri, suonando allegramente il clacson. In India c’è un elevatissimo numero di morti per incidenti stradali ogni anno. Non si fatica a crederlo!

Arriviamo all’ambulatorio del medico che dovrebbe fare il primo controllo alle bambine. Sulla scrivania d’entrata appoggiamo i fagottini che vengono punti più volte per il prelievo di sangue. Non c’è nessuno che usi i guanti e ho l’impressione che l’ago non sia nemmeno nuovo. La siringa usata per entrambe le nostre bambine era appoggiata nell’angolo senza protezione. Eppure questo esame serve a capire se le bimbe hanno l’HIV.

Molti neonati e molti bambini arrivano con diverse malattie, l’HIV è una di queste!

Finito il prelievo in questo posto strano che mi ricorda più un ufficio di un ragioniere, che un ambulatorio medico, partiamo alla volta dell’oculista. Ecco allora il motivo di questo viaggio! Anche Swarna ha visto quegli occhietti infossati di Frida! Non sono io con la solita ansia da mamma italiana.

La dottoressa ci accoglie dopo almeno un’ora di attesa in una sala con il televisore a mille. Che fenomeno la TV indiana. Non capisci se stanno recitando male o se ti stanno prendendo in giro. Non solo gli attori nei film, anche i giornalisti del telegiornale. Per non parlare dei programmi politici. E’ una comica sia per gli atteggiamenti che per la lingua. Il broken english, lingua ormai diffusa in ogni parte del mondo.

Comunque la dottoressa finalmente esce e Swarna la immobilizza offrendole il fagotto di Frida sotto il naso. Siamo senza appuntamento e Swarna non è della casta di questa  signora che indossa un camice bianco  e ha tanta di quella spocchia addosso che vorrei morderla. Mi sale la rabbia per come sta trattando Swarna e soprattutto perché non rivolge nemmeno lo sguardo a Frida. Quindi intervengo. Le spiego che sono una volontaria in orfanotrofio e che devo fare un report di come i medici indiani si diano da fare per i neonati orfani. Chiedo scusa per non aver preso un appuntamento ma sicuramente, una volta rientrata scriverò e  dedicherò molto spazio a lei, così gentile e adorabile, che presta il suo prezioso tempo alla mia neonata.

E’ fatta! La dottoressa visita Frida al volo e dichiara: cieca!

Frida è nata femmina, non ha nessuno al mondo che la voglia, è anche abbastanza scura di pelle, ed è cieca. Cosa può mancarle di tutte le disgrazie che ti possono piombare addosso dal giorno che nasci in India? Ne manca una in effetti, potrebbe risultare positiva al test dell’HIV.

Frida è positiva all’HIV. Me lo dice Swarna il giorno dopo. Sono seduta in Babies Home circondata dai bambini. Non penso nemmeno alla sera precedente, fino a quando Swarna non mi si avvicina e non mi comunica l’esito del test. Mi scendono le lacrime e mi sale una rabbia fino a farmi scoppiare le tempie. Povera creatura. Qualcuno qualche settimana prima si era preso la briga di tornare indietro, mentre camminava in una delle strade infami della città, per sentire se quel gemito proveniente dal cespuglio appartenesse ad un essere umano. E qualcuno scosso da un po’ di pietà, anziché proseguire e far finta di nulla ha rovistato nel cespuglio raccogliendo una neonata destinata a morire di freddo, di fame e di morsi di ratti e insetti. Quella piccola era Frida.

Frida non è più a Daddy’s Home. E’ stata affidata ad una delle strutture che in città sono gestite dalle suorine dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta. Loro raccolgono gli ultimi e Frida è tra questi.

Torno in India e voglio vedere Frida. Così mi faccio portare all’orfanotrofio dove vive e sicuramente quando la vedo la riconosco, la prendo in braccio, la faccio  giocare e magari mi illudo che si ricordi di me, che mi faccia anche un sorriso e chissà magari già parla e cammina e fa anche qualche capriola. Ma cosa capita alla mia mente quando vado in India? Mi colpisce la sindrome della vispa Teresa sempre allegra e ingenua.

Il giorno della visita all’orfanotrofio di Madre Teresa a Vijayawada è esattamente il pomeriggio di quel sabato che racconto in “Il volontario”, quando con Dina vado allo slum a consegnare gli abiti avanzati. Non bastava la scoraggiante esperienza della mattina, quel giorno doveva andare così.

Parto in auto da Daddy’s Home assieme a Ugo, Erminio, Dina e Swarna. Siccome l’uscita verso la città il sabato pomeriggio può rappresentare per i bambini una gita, carichiamo a bordo Anna, Ashok e Madu Babu e il figlio adottato a distanza da Chiara.

Non ho mai chiesto a nessuno qui in Italia di sponsorizzare qualche bimbo per non creare imbarazzo. Ho avuto difficoltà anch’io ad entrare nella mentalità dell’adozione a distanza e so che per molti risulta difficile crederci. Alcune amiche mie però mi hanno chiesto di provvedere per loro e così tutte le volte che torno in India mi porto i loro bambini in città a fare la famosa gita da incubo di cui racconto in un altro articolo. Ashok è il piccolo di Elisa, Madu Babu ( che io chiamo Abu Dhabi) è quello di Marella, poi c’è quello di Chiara e ovviamente la mia Anna.

Si parte alla volta dello shopping in città completo di gelato e capricci vari. Non sono entusiasta, come sempre quando devo fare questo tipo di missione, inoltre sono già stanca per la mattinata impegnativa che ho avuto con Dina allo slum.

Ashok sta seduto come sempre sul sedile davanti per questo mal d’auto che lo assale fin dall’uscita dal cancello. Diventa taciturno e verdino. Povero piccolo, si agita talmente quando è ora di andare in città che lo stomaco lo tradisce ogni volta.

Quando il muso della nostra auto sfiora il cancello d’ingresso dell’orfanatrofio di Madre Teresa ho la sensazione di arrivare in un’oasi di pace incastrata tra le mille viuzze di questa insulsa città, squallida e devastata dallo sviluppo che la sta sovrastando. Si apre e noi entriamo. E’ tutto piccolo ma pulitissimo e il cortile è tenuto bene. C’è un’unica cosa che stona: la grande grata chiusa che ho alla mia sinistra. Che strana questa struttura in ferro così rigida e poco armoniosa con il resto dell’immobile. La suora che ci viene incontro è radiosa e parla un inglese perfetto.  Porta il manto bianco bordato di azzurro tipico del suo ordine. Dopo i soliti convenevoli, con uno stridore che mi perfora i timpani, due ragazze tirano la grata, una da una parte e una dall’altra, lasciando che questa si apra al centro.

Non ci è stato concesso di fare foto e neanche ci passa per la testa. Mi si asciuga la bocca e sento le gambe che si paralizzano. Li ho tutti dietro di me. Ugo, Erminio e Dina. I nostri bambini stanno già giocando tra loro in cortile e non fanno caso a noi che restiamo impietriti sulla soglia della cella. Swarna ci apre la strada ed entra. Oltre la terribile grata che si apre con lo stridore dell’inferno, troviamo gli ultimi, quelli che giacciono sulle culle e sui letti in ferro posti in file parallele talmente strette da non riuscire a camminarci in mezzo. Non è un bello spettacolo e non dev’essere proprio per niente uno spettacolo. Io non voglio vederla questa parte del mondo che so esistere, ma che è chiusa, nascosta e lontana da me e dalla mia vita. Io non me la sento di fare la passeggiata lungo queste file di letti occupati da “loro”. Eppure devo superare questo momento di terrore per non dimostrare tutta la mia incoerenza e stupida emotività. Devo farcela e anche se sono spaventata al punto che non capisco quasi più nulla di ciò che avviene, i miei piedi si muovono verso la suora che ha in braccio Frida. Me la porge e io non la riconosco.

MADRE TERESA CON FRIDA

Frida dammi una mano ti prego, fammi un sorriso e aiutami a fare tutte le smorfie che di solito faccio con i bambini piccini. Non mi viene. Non riesco a sorriderle, non riesco a farle la vocina idiota che faccio con gli altri, non ce la faccio. Frida è la meno peggio e la più piccola. Non abbiamo fotografato nessuno se non Frida. E non mi va nemmeno adesso di descrivere quello che per la suora è un dono divino e per me è la disgrazia della vita.

Posso solo raccontare di quanto inadeguati ci siamo sentiti tutti in quel frangente fatto di stranezze da vedere e da sentire. Ho esitato e desiderato di fuggire il più lontano possibile. La suora non ci lasciava più andare e povera, ha tentato in tutti  i modi di farci capire come la vita sia bella perché frutto del Signore. Io mica ce la faccio a rasserenarmi pensando che quelle creature siano un dono.

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 Non vedo l’ora di salire in macchina. Ugo ha gli occhi gonfi di lacrime e la suora lo consola. Lui cerca anche di farle capire quale battaglia stia compiendo il suo cuore ma il sorriso disarmante di lei lo fa desistere. Ci salutiamo con un abbraccio fortissimo. Lei povera suora rimane lì da sola, con l’aiuto sporadico di qualche buona anima che ogni tanto passa in orfanatrofio, e torna a chiudere la grata in ferro facendola stridere di nuovo.

La sola mano di Erminio sulla mia spalla destra mi fa scoppiare in un pianto liberatorio. E con me tutti, Dina, Ugo, Erminio e la stessa Swarna. Lei che dovrebbe essere così abituata a vedere queste cose ha gli occhi bagnati e mi mette il suo braccio sulle ginocchia e me le  stringe forte, quasi a volermi trasmettere la forza che nemmeno lei ha.

Gli unici a guardarci sbigottiti sono i nostri bambini. Ma che ci fanno sti quattro imbecilli di europei in macchina a piangere dopo essere stati a vedere gli ultimi? Muoviamoci e andiamo a fare sto benedetto shopping! Certo, andiamo a spendere quattro soldi in abiti di plastica esibiti in negozi straripanti di luci e colori fino a farti venire il mal di testa. Inoltriamoci nella selva umana lungo strade disastrate con la fogna a cielo aperto, piene di buche, che se ci metti dentro un piede ti becchi la leptospirosi galoppante. Saltiamo tutta l’immondizia che resta a terra e si accumula giorno dopo giorno fino a formare delle vere barriere insormontabili. Attraversiamo queste strade mortali per raggiungere il negozio più alla moda che hanno appena aperto, pieno anche questo di lustrini, luci e plastica. La vita scorre a ritmo irrefrenabile e i soldi girano, la gente spende, i clacson strombazzano, la musica è ovunque. L’India che vedo io è questa. E’ vero che ogni volta che torno trovo molte cose cambiate, strade nuove, negozi nuovi, sempre più gente in giro. Vedo anche tanti bambini ciccionissimi con i loro papà panciutissimi e le loro mamme rotondissime.

Ma gli ultimi sono sempre lì a fare gli ultimi e ad occupare i marciapiedi con precari giacigli, le donne si sposano  da bambine e si fanno ingravidare per non disonorare la famiglia, i bambini vengono abbandonati nelle immondizie dopo torture e sevizie, le stazioni brulicano di poveracci senza meta e gli orfanatrofi si riempiono di abbandonati.

Se pensate che questo sabato infernale sia terminato vi sbagliate. La ciliegina non è ancora stata messa sulla torta.

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