Torno a casa

Stanno terminando i miei giorni in India e ne sono felice. Quest’anno è stato tutto strano qui e io non amo vivere di incertezze. Già l’India mi manda abbastanza fuori di testa per il senso di precarietà che mi avvolge da quando scendo dall’aereo a quando risalgo. In più la Carol manca tanto a tutti.

Sono state giornate lunghe ma meno faticose di altri viaggi precedenti. Almeno dal punto di vista fisico. L’aspetto, diciamo, spirituale, ne esce abbastanza a pezzi. L’arrivo in orfanatrofio è avvenuto proprio il giorno in cui la Carol si è spenta. Le ore immediatamente successive si sono trascinate tra un’attesa e l’altra e con un dolore profondo e sconfortante.

I bambini però mi danno tanta carica, ma più di tutto è il loro destino che mi impedisce di mollare. Non che la mia presenza sia così fondamentale per Care & Share, ho detto e ripetuto, lo ridico e lo ripeto, c’è chi è davvero fondamentale qui dentro. Ma dal momento che, per anni, ho dedicato qualche settimana della mia vita a questi bambini, mi sento obbligata a scavare dentro di me per ritrovare le motivazioni che fin dal primo momento mi hanno legata all’orfanatrofio.

Siamo tutti così diversi a questo mondo che possiamo anche prenderci il lusso di scegliere chi vogliamo nella nostra vita. Non sarà certo l’atmosfera pesante di questi giorni che mi farà desistere. Il bello di non essere così fondamentali è che puoi essere anche del tutto trasparente che nessuno si accorge se ci sei o se non ci sei. Così mi alzo la mattina, esco dalla Lousiana Home, mi ascolto i gridolini delle bambine che si preparano per la scuola, annuso l’aria che sa sempre di bruciato e mi avvio verso un’altra giornata. C’è sempre un imprevisto o qualcuno che mi chiama dalla parte opposta. Così va anche la giornata di oggi.

Entro presto in Babies Home, alle otto i bambini sono tutti seduti sul loro vasetto. I più piccoli sono ancora nella culla e devo dire che puzzano proprio di malga. Per questo uno per uno, stravolgendo i ritmi lenti delle nurses, me li lavo e me li insapono per godermi il profumo di pulito, una volta asciugati e vestiti. Poi è il turno del biberon e così passano le ore. E’ stancante ma mi fa stare bene. Nessuno parla, non devo né ascoltare né parlare, devo solo seguirli, allattarli, pulirli e soprattutto stimolarli.

Ci sono dei bei giochi in Babies Home, faccio impazzire le inservienti perché li tiro fuori e li spargo sul pavimento. La tendenza sarebbe di lasciarli sempre in culla questi poveri bambini telecomandati. I più grandicelli che camminano vengono portati al piano inferiore, quelli più piccoli rimangono di sopra.

Arriva Kishore, il manager dell’atelier. Ha avuto un successone la casacca che ho fatto fare grazie al cartamodello che le mie amiche Zardo mi hanno dato. Il sarto l’ha creata per me e ne è orgoglioso. Ne faccio fare alcune con i pantaloni, anche quelli seguendo un cartamodello delle mie amiche. Oggi è vacanza non si dovrebbe lavorare ma l’atelier lavora per fortuna. Così raggiungo Kishore in sartoria e scelgo le varie stoffe per i vari abbinamenti. Mi sento una stilista mancata.

L’ho già detto che l’atelier è un ambiente piacevole e le macchine da cucire mi attirano un sacco. Sono le vecchie Singer che usava anche la mia mamma. Che voglia!

Povera Camilla che mi deve seguire nel cucire a macchina i bordi delle piccole spugne rimaste come avanzi. Mi balena l’idea di ricavarne tanti quadrati per fare le salviette per i bambini più piccoli. Così mi faccio insegnare ad usare la macchina adatta. Che difficile! Non pensavo fosse così impegnativo. I nuovi piccoli asciugamani della Babies Home ora portano la mia firma: i bordi sono cuciti a onde e qualcuno ha assunto una forma piuttosto strana. Fa niente, per lo scopo che hanno io e Camilla conveniamo che possono andare bene.

La stessa cosa accade in cucina con i chapati. Il pane indiano è vario, ma quello più comune è fatto di farina e acqua, steso in un foglio sottile fatto cuocere in un tegame. E’ come una piadina tonda. Dovrebbe essere tonda, se non fosse che tento di farne alcune che mi escono sbilenche. Questo è motivo di ilarità in cucina tra le varie lavoranti che ormai mi conoscono e mi accolgono sempre con un calore che mi illudo essere esclusivo. Vado spesso in cucina perché Carol ci teneva che seguissi la pulizia e la conservazione del cibo. Le mosche sono un inferno e mi entrano anche nelle orecchie.

E’ organizzata bene la cucina anche se c’è casino durante la giornata. Lo spirito disorganizzato dell’indiano si esprime in tutto il suo furore, tra un pentolone gigante pieno di brodo arancione con peperoncino rosso galleggiante e la grande ciotola di riso. Il profumo è buono e invitante. Ma se mi guardo in giro mi viene la crisi da nevrosi di casalinga maniaca. Qui è così e sarà sempre così. Tutto cade per terra e viene dilavato con secchiate d’acqua continue.

In un angolo ci sono alcune donne che mi chiamano e mi affidano una pallina di impasto, quasi a sfidarmi. Mattarello alla mano stendo la pasta e rollo ma la forma è improbabile. Mi escono dei chapati deformi che le cuoche chiamano Mummy Chapati. Riconoscibilissimi a cena proprio per la forma. E anche questo è fonte di ilarità e divertimento. Quello che stanno dicendo di me è incomprensibile ma so che parlano di me, troppe volte la parola mummy compare in una frase.

Avete ragione ragazze, non so stendere nemmeno un chapati nella mia vita, e non so neanche usare la macchina da cucire, che razza di moglie potrò mai essere?

Me ne vado salutando tutte calorosamente con la promessa che domani torno, magari senza fare chapati, solo per una visita.

Passo in ambulatorio per un saluto ai miei due dentisti, mio marito Ugo ed Erminio, e incontro la piccola Jiothi.

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E’ la più grande delle due sorelline trovate in stazione da sole. Sono qui in attesa che qualcuno le venga a reclamare, soprattutto dopo la pubblicazione nel giornale della loro foto e di un articolo che parla del loro ritrovamento. La più grande è bella, magra ma non patita, due occhi svegli e parla una lingua diversa. La più piccola che forse ha otto, nove mesi, altrettanto bella, è cicciottella e sta con i piccoli in Babies Home. Parlano hindi e Swati, la responsabile di Bishop Azaraiah lo parla. Grazie a lei veniamo a sapere che sono state trovate da dei passanti lungo un strada di Vijayawada accanto ad un borsone pieno di saree, abbigliamento tipicamente da donna adulta, senza nemmeno un capo di vestiario per bambini, con 11000 rupie strette dentro una mano. Due bambine così piccole, sole con tutto quel denaro, l’equivalente di almeno 150 euro, cifra esorbitante qui in India, non possono che destare qualche sospetto. Per fortuna chi le avvicina non ha intenzione di sfruttare la situazione e, anziché portarsele via, sequestrarle, abusarne e farne delle schiave, le porta alla centrale di polizia. Da qui parte la trafila solita, fatta di burocrazia lenta e incomprensibile, almeno per me, che vede dapprima l’affidamento alla struttura di Care & Share in città che si chiama Bishop Azaraiah.

Bishop Azaraiah accoglie le ragazze che hanno situazioni famigliari misere, dando loro un tetto, del cibo, l’istruzione e l’assistenza sanitaria. E’ quello che qui chiamano ostello femminile. La scuola è aldilà del muro di cinta e oltre una discarica a cielo aperto. Sono ospitate all’incirca 270 ragazze di varie età, a seconda dei periodi. Sono stata parecchie volte a Bishop e non nego che è ogni volta uno sforzo. La prima volta Carol mi ci ha portata per tenere una lezione di igiene orale. Assieme a Carolina ed Angelica abbiamo lavato i denti ad una ad una, senza indossare né guanti né mascherina. Ricordo ancora queste bocche spalancate tinte di rosa per la pasticca che evidenziava la placca, che dovevo rispazzolare provocando una doccia di saliva sulla mia faccia. Eppure non ho mai provato fastidio e la gioia che dimostravano nell’essere considerate da qualcuno era disarmante. Qualcuna ha fatto anche il doppio giro.

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Da quel primo anno sono sempre tornata, anche quest’anno con Valeria per le visite mediche. Questa volta però nessuna lezione di igiene orale, solo un controllo in bocca per vedere se c’erano casi di particolare bisogno.

Diciamo che Bishop è la cenerentola delle strutture di Care & Share.

Così le due trovatelle si fanno qui dentro una settimana per poi passare a Daddy’s Home dove sono tuttora. Sembra che dovranno essere rimandate nel loro paese d’origine, anche se non sono in grado di fornire nessuna informazione. L’unica che parla ha già cambiato cinque volte il nome dell’ipotetica mamma che le ha mollate. Insomma è tutto vago e nebuloso ma gli unici a soffrirne siamo noi volontari, quelli dello staff sono talmente abituati a cose del genere che, quando ti riportano i fatti, sembra stiano parlando di un sacco di cereali caduto da un trattore in corsa, non di due creature di otto anni l’una e di otto mesi l’altra.

La giornata sta andando già in discesa libera per quanto concerne il mio stato d’animo, sono svuotata e infastidita dalle cose, dalla gente, dai comportamenti, dai silenzi e dal troppo parlare. Comincio ad accusare la stanchezza e se mi metto a pensare a queste due bambine rischio il crollo definitivo.

Io sento ancora adesso il senso di paura provato in chissà quale circostanza della mia infanzia in cui ho avuto la sensazione di aver perso la mia mamma. Potrebbe essere successo in spiaggia, perché ancora oggi le spiagge affollate, con le file di ombrelloni fitti, fitti, mi danno una sensazione spiacevole, quasi di smarrimento. Ecco, se mi soffermo a guardare Jiothi mentre cerca di far passare il tempo nell’Ashakiran, l’ambulatorio medico dove è momentaneamente ospitata, seduta su uno sgabello sola e immersa in qualche suo pensiero, mi si stringe la gola e il senso di smarrimento mi impone di pensare ad altro.

Non ha mai versato una lacrima da quando è qui. Mi viene quasi da pensare che non le manchi poi tanto quella mamma. Ma sarà poi stata la sua mamma quella che le ha lasciato una borsa di vestiti, del denaro e una bimba di qualche mese a cui fare la guardia? E se fosse stata davvero la sua mamma che, per procurare del cibo, si è allontanata un attimo finendo sotto le ruote di una macchina? Oppure la mamma non riuscendo a provvedere da sola ha mollato entrambe le figlie in un posto dove certamente un passante buono si sarebbe fermato? Non ci sarà mai una risposta e questo è tipico dell’India. Un continuo punto di domanda che mi segue ovunque io vada.

Un bel giro in scooter è quello che ci vuole per scrollarci di dosso questa pesantezza contagiosa. Così Ugo accende e dirige la moto verso la solita destinazione lontana dal traffico. Il sole sta per tramontare e c’è l’aria meno pesante. I moscerini mi riempiono occhi e bocca, i trattori stracarichi di fieno invadono la strada, le donne sul ciglio cantano, le solite moto ti assalgono alle spalle con una strombazzata improvvisa. Abolire i clacson in India penso possa equivalere ad abolire gli spaghetti in Italia. Non si può vivere senza suonare annunciando al mondo che esisti, che sei proprietario di un mezzo di trasporto e che sei felice. Lo devi fare possibilmente quando la ruota è ad un centimetro da chi ti sta di fronte. Quello che però succede è che nessuno si spaventa e nessuno si sposta. Io invece faccio dei salti assurdi rischiando di finire a terra.

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Giriamo la moto e torniamo a Gannavarn a fare quel po’ di spesa che mi permetterà di preparare qualcosa da mangiare. Melanzane, pomodoro, cavolo e banane.

Mi distraggo cucinando e preparo la solita caponata e il solito cappuccio. Credo che Erminio stia soffrendo parecchio per il cibo così diverso dalla sua meravigliosa e imbattibile cucina pugliese.

E’ stato tutto così diverso quest’anno pur essendo Daddy’s Home immutata. I bambini e le bambine sono sempre gli stessi, scherzosi, rumorosi e pieni di vita; lo staff è attivo, a loro modo e con i loro tempi, ma tutti si danno da fare; il caldo e l’umidità come sempre stroncano le forze, ma è da quando veniamo che troviamo questo clima. Cosa c’è che mi rende tutto così difficile e mi spegne ogni fiammella di entusiasmo?

I cambiamenti, lo sappiamo, costano fatica e spirito di adattamento. Devo pensare positivo e vedere il futuro come un cambiamento necessario e utile. Per tutti i ragazzi che Care & Share sta salvando dalla strada e per tutti quelli che potranno salvarsi venendo inseriti in una delle strutture di Care & Share, nel mio piccolo manterrò il mio impegno e continuerò a metterci la faccia finché avrò la certezza di non perderla.

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