Lia e l’Atelier

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Lia ha iniziato con l’atelier in Daddy’s home nel 2010 quando per cucire c’erano le vecchie Singer a pedale a cucitura dritta, single, regalate da qualche sponsor. Negli anni sono state cambiate con altre di più recenti, ma sarebbe già ora di riaggiornare l’attrezzatura.

Lia arriva dalla Romania dove conduce uno stabilimento di sartoria in serie: magliette, tute da ginnastica, abbigliamento in cotone, e dove sono impiegate 50 persone. Dal 1982 al 1999 conduce questa attività, poi le cose cambiano e deve chiudere. Diciamo che con le privatizzazioni obbligatorie di tutte le attività statali, con la morte di Ceausescu, chi svolge un lavoro per conto dello stato deve reinventarsi indossando le vesti dell’ imprenditore. La sua produzione era rivolta sia al mercato interno, divise per la ferrovia CFR, e grande distribuzione, che per aziende turche (biancheria intima particolare per i climi freddi).

Arriva in Italia, come molti altri del suo paese, per ricominciare e per provvedere al sostentamento della famiglia in Romania (marito e 2 figli di 17 e 9 anni).

Reinventata come “libera professionista multiuso” come si definisce Lia, ricomincia con 10 passi indietro, facendo le pulizie presso i privati. Da Roma passa a Padova condividendo una camera con un’altra ragazza. Leggendo un annuncio nel giornale viene a sapere che all’ospedale del Lido di Venezia cercano personale per assistenza ai malati terminali. Qui conosce la zia di Carol Faison, per la quale fa assistenza gratuita nei momenti in cui è libera. Non conviene rientrare a Padova sostenendo le spese di trasferta da Venezia a Padova, quindi dopo il turno retribuito, rimane in ospedale e si presta a titolo di volontaria. La zia di Carol addocchia subito Lia proponendole vitto e alloggio in cambio di assistenza a casa. L’accordo è fatto, così Lia si trasferisce a Venezia da Lena, 86 anni, alla quale si affeziona come ad una nonna che le lascia anche il tempo di lavorare in un ristorante. Conosce la mamma di Carol, Sally, e si accende la fiamma dell’amicizia immediatamente. Da qui parte la storia di Lia con Carol.

Il loro primo incontro avviene a casa di Carol a Venezia. Carol sta attendendo ospiti e ha bisogno di aiuto. Lia per arrivare a casa di Carol fatica un po’ e l’immagine impressa nella sua mente come primo ricordo è quella di Carol sporta dalla sua finestra con il telefono all’orecchio per darle le indicazioni per raggiungerla.

Lia inizia a lavorare per Carol in casa e lentamente tre loro cresce un rapporto stretto. Un giorno Carol deve andare a fare una presentazione di Care&Share a Portogruaro dormendo una notte fuori. Lia accetta di andare ad aiutarla con il mercatino per la raccolta fondi. Carol scopre la natura vera di Lia e la sua esperienza professionale maturata in Romania: ordine, organizzazione e voglia di lavorare.

Inizia così una collaborazione a favore di Care&Share.

Gli spostamenti di Lia e Carol per la raccolta fondi si fanno numerosi e serve un mezzo di trasporto autonomo. E’ così che Carol e Lia si comprano un’auto, una Peugeot 307 Station Wagon. Durante i viaggi che le portano in giro per l’Italia i racconti delle loro vite sono la catena che le lega sempre di più. Carol aiuta Lia come una vera amica nel momento della  sua malattia , e la sprona a reagire e sbrandandola dal letto quando la chemio la stende. In casa di Lia Carol entra proprio in queste occasioni e apprezza subito la pulizia e l’ordine. Dopo un anno dalla malattia di Lia anche Carol scopre il suo tumore. Lia a destra e Carol a sinistra. Lia è mancina Carol no. Due donne che si compensano.

Lia è nata nello stesso mese, giorno e ora (5 agosto venerdì ore 15,00) di Federico, primogenito di Carol. L’unica differenza è l’anno di nascita. Queste analogie dimostrano che il loro legame deve crescere e rinforzarsi.

Il viaggio in India non attira molto Lia, più per la paura dell’aereo che per l’India stessa. Comunque arriva a Daddy’s Home nel 2009. In quell’anno Daddy’s Home è già un bel campus, Carol aveva iniziato l’opera fin dai primi anni ‘90. In quasi 10 anni era riuscita a creare un miracolo. Lia organizza una squadra di indiani assieme ad un volontario italiano, per riorganizzare le case e fare le manutenzioni ordinarie. Pianifica le pulizie generali insegnando a ciascuna inserviente il modo di gestire ogni cosa. Dal lavaggio della biancheria all’uso del detersivo. Due settimane di soggiorno sono sufficienti per dare una personalizzazione all’orfanatrofio. Lia segue Carol a Dheli per ritirare un premio da Sonia Ghandi per meriti umanitari. Il viaggio è in treno per 2 giorni. Durante quel viaggio nascono molte idee.

Fra queste, quella di creare l’atelier nasce lentamente sulla base di quello che in piccolo Lia trova già presente a Daddy’s Home nel suo primo viaggio. Carol decide di affidarle la sartoria proprio nel periodo in cui Lia sta seguendo un altro ciclo di chemio. Lia accetta di partire lo stesso, tra un ciclo e l’altro, e con sei persone che sapevano a malapena cucire e con due macchine a pedale (sostituite poi con una macchina moderna) inizia la produzione dei primi capi: gli abiti da dare ai bambini delle case per giocare. Con gradualità inizia la produzione delle divise scolastiche, dei pigiami e di tutto ciò che serve ad uso interno. A Lia viene in mente che, vista la produzione così organizzata dell’atelier, potrebbe rivolgersi al mercato esterno. La produzione in serie è la via per guadagnare dei soldi a favore dell’orfanatrofio.

Gli ordini tutt’ora arrivano con tempistiche tipicamente indiane, che rendono difficili programmi a lungo termine. Comunque la creazione di divise in serie permette all’atelier di sopravvivere. Ora tutti i lavoratori dell’orfanatrofio hanno divise create da Lia.

Vengono prodotti circa 5000 pezzi l’anno per la vendita verso l’esterno. Oltre a questi 5000 pezzi altre cose vengono prodotte come alcuni capi per ristoranti e attività varie.

Lia trascorre dai 2 ai 3 mesi all’anno per impostare il lavoro per un anno.

L’atelier è aperto anche ai volontari che possono acquistare per i bambini dell’orfanatrofio capi di vestiario reperibili altrimenti in città. Ha più senso però far circolare il denaro all’interno della struttura piuttosto che andare a spenderlo fuori.

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Confesso che l’atelier è bello e tenuto molto in ordine al punto che mi piacerebbe passarci delle ore. Peccato che io non sappia nemmeno spingere il pedale di una di quelle macchine. Mi diverto a guardare i tessuti che hanno colori bellissimi. Passo ore a far impazzire Kishore, un ragazzo cresciuto in orfanatrofio e ora, a 20 anni, manager dell’atelier, a studiare gli abbinamenti di colori e modelli. Mi sono fatta fare dei capi portabili anche in Italia nella speranza che qualche altro volontario faccia acquisti anche per uso proprio.

Lia cara sei stata vicina a Carol fino alla fine e ti sei svuotata. Hai bisogno di riprenderti un po’ ma non devi mollare perché sei preziosa qui dentro. Spero di rivederti all’opera nel tuo  atelier, presto con grinta e passione.

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