La ciliegina sulla torta

per chi ha letto “Frida e Madre Teresa”questa è la conclusione di quella maledetta giornata

C’è solo un grande bisogno di silenzio nella mia testa, ma il silenzio in India non esiste, nemmeno nel pieno della notte. C’è sempre qualcuno che in lontananza ascolta della musica, c’è sempre qualche latrato di cane che squarcia il silenzio e c’è sempre, ma proprio sempre un mezzo su ruote che annuncia la sua esistenza al mondo con un lungo e prolungato colpo di clacson.

Figuriamoci in centro a Vijayawada verso sera, quando tutti si riversano per le strade e nei negozi. C’è il mondo che esplode con suoni e colori, grida e risate, insegne luminose invadenti, in questo brulicare umano.

Ma dopo la visita all’orfanotrofio di Madre Teresa dove Frida arrivata neonata, diventerà bambina, adolescente, adulta e anziana, se l’HIV glielo permetterà, e comunque sempre inesorabilmente cieca, ho solo bisogno di casa, buio e silenzio.

Ho bisogno di fermare per  qualche ora il mondo, il mio cuore esplode e non mi basta qualche singhiozzo di pianto per liberarmi di tutti pugni allo stomaco che questo strano sabato 2015 mi ha dato.

Voglio spegnere la luce, appoggiare la testa al cuscino e bagnarlo di tutte le lacrime che mi possono uscire senza che nessuno debba consolarmi e senza che debba nascondere a nessuno il profondo dolore che provo.

Ma sono in auto con tutti gli altri compresi i bambini mai contenti delle spese fatte. Loro non sono stanchi e non sono certo provati. Hanno voglia di vivere e di approfittare fino in fondo di questa gita in città, di cui parlare una volta rientrati dai loro compagni con orgoglio e vanità. Così arriva, da dietro, con voce fioca e umile, l’invito da parte di Ashok di andare a fare visita al suo papà. Ma chi ne ha voglia di andare a cercare una capanna nascosta dopo una giornata così? nessuno, e infatti, ci andiamo!

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Per forza! Mica puoi deludere questo dolce ragazzino che tra una vomitata e l’altra riesce anche a farci ridere. Povero Ashok e povero tuo fratello Madu Babu che si esalta ancora di più. La macchina deve essere parcheggiata in una zona perché oltre non può andare. Troppi storpi e troppe ramaglie. Ce la facciamo a piedi, al buio costeggiando quello che potrebbe essere un fiume, o perlomeno un abbondante corso d’acqua, se non fosse che è un canale di acqua ferma stagnante e puzzolente. La mia deformazione professionale me le propone tutte le specie di insetto volante possibile in una situazione simile! Me li sento tutti addosso. Per fortuna la genetica mi ha dato anche qualche aiuto, oltre alla colonna vertebrale disastrata,  la malaria non mi può colpire. Ma i miei compagni, tra cui colui che mi aiuta al sostentamento delle figlie, si possono beccare la maledetta zanzara.

Aumentiamo il passo verso il buio pesto in cui la tecnologia esplode in tutta la sua grandezza: almeno quattro torce di i-phone ci illuminano il percorso fino ad arrivare ad una luce fioca e tremolante. La casa che intravvediamo è un cubo di fango dal quale sbuca una figura minuta e sbilenca. I due ragazzi si avvicinano e riconoscono il padre.

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Ora io dico : mi sta bene che in India non ci si debba toccare molto, nemmeno tra famigliari, mi sta bene che tra maschi ci sia più pudore, ma che il Signore sia benedetto, sono pure due figli che vedono il padre dopo giorni e giorni! Un abbraccio, un gemito di entusiasmo, ma mi andrebbe bene anche un calcio nel sedere, purché ci fosse uno slancio emotivo degno di nota. Nulla! Questo minuscolo ometto mi viene incontro con i due figli ai lati e mi invita a casa sua. Una stanza priva di mobilia con fagotti a terra e una luce talmente debole da desiderare il buio. Mi tira fuori una cornice che racchiude la foto di una giovane donna: la mamma dei ragazzi, sua moglie, morta di rabbia per il morso di un cane.

Posso desiderare di andarmene? Possiamo avere il diritto di chiedere uno stop a questa giornata e di lasciarci qualche emozione per i prossimi giorni?

L’omino non mi molla ma la conversazione è davvero scarna e imbarazzante. Io che sono l’addetta alle pubbliche relazioni sono i pole position, gli altri, Ugo Erminio e Dina sono dietro di me, e li vorrei qui di fianco ad aiutarmi in questo confronto difficile e taciturno.

E’ ovvia, scontata e puntuale la richiesta di soldi da parte del padre di Ashok e Madu Babu. Ma non è questo che mi trafigge il cuore, direi che questo mi infastidisce piuttosto. E’ il gesto di Madu Babu che mi fa male e mi rende tutto sbagliato, inopportuno e stonato.

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Lui così alto rispetto al suo papà, gli allunga la cioccolata che abbiamo comprato malvolentieri considerandolo l’ennesimo capriccio. Gli offre il cartoccio quasi per farlo stare zitto e per non importunarci con richieste strane. C’è una dolcezza infinita nei gesti di Madu Babu e quando accenno ad andarmene, perché non ne posso più di essere in imbarazzo, triste e inadeguata, lui capisce e spinge il papà verso la sua cuccia.

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Ce ne andiamo in fretta, mangiati da zanzare assatanate, sudati e sporchi tra cespugli e arbusti pieni di polvere e miseria lungo un canale di sporcizia e puzza.

Gli unici felici e contenti sono come sempre e per fortuna i nostri ragazzi.

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Bene, questo interminabile sabato finisce qui. Erminio rompe il silenzio con la sua solita battuta seguita da risate liberatorie quasi sproporzionate. Ma è così che va qui, o piangi o ridi. Oggi abbiamo pianto e abbiamo riso. I bambini dello slum sono rimasti allo slum, Frida e la suora sono rimaste in orfanotrofio, il povero papà è rimasto nel suo cubo e le zanzare speriamo siano rimaste in mezzo alle sterpaglie.

Noi ce ne andiamo a dormire perché domani è domenica e anche se gli indiani non lavorano, noi abbiamo ancora tante cose da terminare.

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