Le vedove e i vedovi

Sai Kumar
Sai Kumar

Mi chiamo Sai Kumar e ho 14 anni. Sono nella 10ma classe nella scuola di Care&Share.

Sono nato a Vijayawada nel sud est dell’India. All’età di 6 anni, dopo la nascita di mio fratello, la mamma è morta. Così mio padre si è risposato. Per questo sono stato affidato a Care&Share. Vivo a Daddy’s Home da 5 anni. Lo scorso anno ho iniziato a stare male.

A dicembre dello scorso anno ho perso conoscenza e sono finito in coma per due giorni. I dottori mi hanno diagnosticato il diabete di tipo 1. Da quel momento sono in terapia con due iniezioni al giorno. Ora mi sento meglio anche se ora sono in AshaKiran (ambulatorio) dove Swarna mi sta curando. Grazie Care & Share per avere cura di me. Ciao a tutti.

Ugo incontra Sai kumar di nuovo quest’anno in ambulatorio dove è stato ricoverato per due mesi. L’aveva già conosciuto quando viveva alla Franco Home, la casa dei ragazzi più grandi.

La storia di Sai Kumar è una delle solite storie a cui qui in Daddy’s Home dopo un po’ ci si abitua. Generalmente quando in una famiglia muore la mamma, il padre cerca subito di risposarsi. Non è lo stesso per le donne che, quando rimangono vedove, perdono ancora di più la loro libertà. La vedova è costretta a rispettare il marito defunto, che magari l’ha pestata a sangue dal primo giorno di matrimonio, per tutta la vita. L’unica eccezione avviene quando la famiglia del “de cuius” permette alla nuora di rifarsi una nuova vita. Ovviamente in cambio di un lauto compenso.

La donna a cui muore il marito diviene in questo modo una inavvicinabile, soggetta a discriminanti controlli da parte di chiunque la conosca, destinata molto spesso, più spesso di quanto non si immagini, ad essere addirittura bruciata dai suoi stessi parenti. Il disonore nel caso venga pizzicata ad avere una relazione e il peso economico che ella può rappresentare (donna, vedova e disonorata!) giustifica l’adozione di punizioni corporali, allontanamento dalla famiglia, l’omicidio e persino il suicidio. Più la casta è bassa e maggiori sono i casi in cui ciò avviene. In un paese di oltre un miliardo e seicentomila persone, il 70% è ridotto alla povertà; è facile capire il motivo per cui in India questi casi siano ricorrenti e usuali.

Il marito vedovo è autorizzato a rifarsi una propria vita, giustificato dal fatto che ha bisogno di una donna che accudisca alla casa e agli altri membri della famiglia. Anche perché tra le cause di morte delle donne tra i poveri è il parto. Generalmente una famiglia, più è povera e più procrea. Innanzitutto per assenza totale di uso di anticoncezionali. Non solo per impossibilità a reperirne ma anche per motivi religiosi e culturali. Su questo argomento preferisco sorvolare perché non vorrei irritare la sensibilità di nessuno e non mi va di addentrarmi in un argomento che svelerebbe in modo inequivocabile lo spirito pratico che mi appartiene.

Tornando alla nuova vita del povero vedovo, in senso generale, non solo del padre di Sai Kumar, succede quasi sempre che la nuova sposa si ritrovi a dover procreare a sua volta, sempre per la solita questione che se non si fanno figli non si è degni di rispetto da parte della gente. Che tu sia uomo o che tu sia donna, per essere rispettati in India bisogna dare alla luce vite, preferibilmente di genere maschile. Da che mondo è mondo, non serve andare in india, il maschio è la mèta più ambita di un accoppiamento, specialmente quando si è fallito la prima volta e si ritenta per una più fortunata. Io stessa, secondogenita, avrei dovuto essere Paolo e non Patrizia. Per fortuna sono nata sana, come si è apprestata a consolare mio padre la zia Dea dall’ospedale di Valdobbiadene dove la mia mamma mi ha partorita.

A dire il vero anch’io sono stata consolata, o forse la consolazione era rivolta a mio marito Ugo, quando abbiamo comunicato che per la nostra seconda volta, dopo Carolina, stavamo dando alla luce Angelica. “L’importante è che sia almeno sana” mi è stato detto con affetto e calore. Ho sempre desiderato avere due bambine e la vita ha esaudito il mio desiderio più grande!

Così anche il papà di Sai Kumar si appresta a mollare il primogenito affidandolo ad una delle strutture di Care & Share, una volta che la seconda moglie conquista l’onore e il rispetto da parte della società. Poco importa se impone l’abbandono dell’altro figlio, l’importante è averne fatto uno suo. Strano concetto di famiglia quello con il quale mi devo scontrare qui in India. Si passa da un eccesso all’altro perdendo ogni tipo di coerenza. L’abbandono dei figli, la loro cessione in cambio di qualche rupia, le torture e le violenze che più o meno entrano nelle abitudini quotidiane, vengono contraddette dalla quasi eccessiva cura per l’anziano di famiglia. Se hai la fortuna di diventare vecchio puoi stare sicuro che la famiglia provvederà alle cure di ogni tipo con sacrifici immensi e rinunce importanti.

Comunque Sai Kumar ora vive in Butterly Hill con tanti altri ragazzi come lui. Ogni tanto torna in ambulatorio per delle ricadute, ma grazie alle cure del personale presente e ai medici volontari ( http://www.pattindia.wordpress.com Valeria e CCWW ) possiamo dire che sia in buone mani.

Non ci sarebbe di che stupirsi se un giorno, nemmeno tanto in là nel tempo, Sai Kumar venisse reclamato da suo padre, giunto ormai ad età avanzata, imponendogli di mollare gli studi, la struttura che potrebbe garantirgli le cure indispensabili e un minimo di istruzione per farsi carico della famiglia. Molto spesso i nostri ragazzi non rientrano dalle vacanze trascorse in famiglia perché, avendo un’età remunerativa, tornano utili proprio a coloro che li hanno allontanati. Spesso se li vengono a riprendere e non c’è modo di trattenerli, almeno fino a quando non ci sono le prove di maltrattamenti e reale impossibilità a garantire loro un minimo di sostentamento.

Per ora Sai Kumar è ancora parte della grande famiglia di Care & Share.

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Un pensiero su “Le vedove e i vedovi

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