Sruthi un giorno sarai farmacista

Un giorno con Sruthi

Non ho mai girato per Vijayawada con l’entusiasmo che generalmente mi accompagna in giro per il mondo, ci vengo sempre controvoglia e teoricamente di corsa. Non mi piace staccarmi da Daddy’s Home dove ho sempre qualche lavoretto da seguire e male che vada sto con i neonati in Babies Home. Venirci poi per tentare di fare qualche commissione e fallire miseramente nella tempistica che mi do perché, rispetto al paio d’ore ipotizzato,  ho bisogno di almeno il doppio del tempo, mi rende la città ancora più ostica.

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Ho avuto la fortuna di andare in molti paesi e di girare fino allo sfinimento in città di ogni tipo. Ugo non apprezza il mio modo di entrare in contatto con i mondi diversi. Lui va letteralmente fuori di testa se non ha studiato la cartina, decidendo in partenza la destinazione da raggiungere. Ugo è l’uomo delle prenotazioni io sono il contrario. Non amo avere destinazioni e non amo le cartine. In verità temo di non essere intelligente abbastanza per riuscire a leggerle, visto che mi perdo lo stesso. Ma sono sempre tornata alla base pur lasciandomi trasportare dalla gente e dal traffico, per girovagare senza mèta entrando e uscendo a caso per le viuzze piene di piccoli negozi impolverati. Ho avuto spesso il sospetto che anche questa folle città avesse un angolo in cui immergermi.

Sruthi mi viene a prendere in centro, dove grandi magazzini e nuovissimi centri commerciali si mescolano nel traffico caotico. Le chiedo di andarcene subito via da lì perché voglio capire la città e Sruthi capisce al volo che cosa sto cercando.

Sruthi ha 20 anni, gli anni di Angelica, due occhi neri dolcissimi e un inglese che ci permette di comunicare per ore e ore ininterrottamente. L’ho incontrata quando Daddy’s Home era ormai entrata nelle mie tappe annuali e mi sentivo già a mio agio. Al punto da prendermi il tuc tuc da sola e andare quotidianamente a Gannavaran a farmi le spese di prima necessità: la frutta. Il centro del villaggio è fitto fitto di casette e negozietti che vendono di tutto ma dove non trovi mai quello che cerchi. Qui sono corsa per comprarmi chiodi e martello il giorno che volevo sistemare tutte le zanzariere nella cucina grande per proteggere la frutta e la verdura dall’attacco della flotta di mosche indiavolate. Qui sono venuta a cercare gli specchi con Dina per darli alle case che non li avevano. Qui Sruthi è venuta in mio soccorso quel giorno in cui volevo fare la spesa ma ero letteralmente paralizzata. Non riuscivo a decidermi di buttarmi sulla strada per attraversarla. Non trovavo mai il buco giusto per tentare l’impresa e sentivo già sulla schiena la ruota del tuc tuc che mi avrebbe investita. Lei mi ha presa per mano e mi ha fatto camminare come un’anziana signora che trova l’anima buona. Mi ha aiutata nella trattativa per l’acquisto delle banane, delle arance, dell’anguria, dell’ananas e di tutto quello che sarebbe servito. Generalmente spendo dai tre ai quattro euro con una trattativa che porta a risparmiare forse qualche centesimo. Ma qui si fa così e se non la fai ti fanno sentire un fesso.

Chiedo a Sruthi come si chiami, dove abiti e come mai sappia l’inglese. Così salta fuori che vive a Daddy’s Home, nella Angel Home, la casa delle grandi, e che è una studentessa pronta al diploma. Parte ogni mattina in bus da Gannavaran per Vijayawada e torna il pomeriggio tardi. Ha una sorella più grande che fa lo stesso. Hanno una mamma in città che provvede alla nonna in modo stentato e misero. Per questo le due sorelle sono state accolte fin da piccole nella struttura, dove grazie agli sponsor possono mangiare e studiare con un tetto sopra la testa.

Mi do appuntamento con Sruthi per la sera stessa a Padova Home per saperne di più. Mi ha già conquistata per la dolcezza e la dignità con le quali si comporta.

Ci vediamo a tratti perché sono molto impegnata, in quell’anno ho lavorato come una pazza girando per i vari orfanatrofi di Care & Share, ubbidendo alle richieste di Carol. Sono tornata a casa con il pieno di ernie che mi è costato una lunga assenza dall’India e una bella operazione alla colonna vertebrale. Pazienza, ogni ernia porta il nome di un bambino della Babies Home.

Il giorno della mia partenza Sruthi è grigia e io ho il solito nodo in gola che mi provoca male ai denti e alle orecchie. Però una mia amica mi ha insegnato ad imbrogliare la tenaglia che ti blocca il respiro da quanto ti viene da piangere, aprendo e respirando dalla bocca. Si rilassa proprio la muscolatura che si contrae in quei momenti. Così a bocca semi aperta e concentrata sulla respirazione riesco ad abbracciarla forte. Di lei mi rimangono impressi nella memoria la dolcezza degli occhi e la risata a pieni denti bianchissimi. E’ bellissima.

La trovo anche quando torno la volta dopo ed è sempre la stessa.

Poi non la trovo più! Se n’è andata per sempre con la sorella. Riesco a rintracciarla chiedendo aiuto all’ufficio nostro. Viene a trovarmi a Daddy’s Home ed è di una tristezza che mi lascia senza fiato. Quando ci vediamo l’abbraccio talmente forte che temo di soffocarla.

Inizia la solita noiosa storia, quasi impossibile da credere quanto sia simile alla storia di tantissime altre ragazze: la nonna che aiutava la mamma in casa si ammala, la mamma non può più lavorare, sta pure male e quindi le figlie devono tornarsene a casa a prendersi cura di nonna e mamma. Quanti anni ha questa benedetta nonna, e quanti anni ha la benedetta di una mamma?

La nonna ne ha sì e no 60 e la mamma non arriva ai 40. Quante stanze ha la casa per la gestione della quale ben due figlie devono lasciare una posizione così sicura come Daddy’s Home? Una stanza! Sono di fronte ad uno dei tanti misteri indiani! Cosa diamine passi per la testa di una donna le cui ragazze cresciute bene, sane e brave studentesse potrebbero continuare nella loro carriera scolastica, avvalendosi dell’aiuto di Care & Share, invece di tornare in città, in una situazione di miseria nera dovendosi pure pagare la scuola, non mi è dato di saperlo.

Se lo sapessi troverei pace. Se ascolto le mille versioni che mi vengono fornite rischio di non cercare più Sruthi.

Sruthi è sciupata, molto pallida seppure arrotondata, due occhiaie profonde e gli occhi che supplicano. Sruthi non mi ha mai chiesto soldi e tutte le volte che le faccio un regalo non vuole accettarlo. Ha una dignità incredibile e sa bene che gli indiani sono famosi per chiederti sempre denaro. Non è il suo caso.

Sono confusa, il nostro incontro si tiene nella panchina di fronte a Padova Home con un caldo pazzesco. Sudo a stare ferma e mi si chiudono gli occhi da quanto sono gonfi per l’umidità. Non ne ricavo nulla se non la sensazione che a Sruthi le cose non stiano andando proprio bene. Mi parla dei suoi progetti universitari, sta facendo il primo anno di farmacia, e dei suoi sogni. L’America è il suo sogno. Le chiedo se si rende conto di quanto possa costare l’università negli Stati Uniti facendole crollare un intero castello di sabbia in testa. E’ troppo ingenua e mi spiazza, io con lei sono estremamente franca e la ferisco. Il motivo è uno solo: non le parlo come parlo alle mie figlie e non la sto a sentire come sto a sentire le mie figlie; con Sruthi parlo come ad un’adulta e tratto le sue parole come quelle di una donna grande. Forse è la mia forma di difesa perché al solo pensiero che sia coetanea delle mie figlie, mi si chiude la bocca dello stomaco.

Povera Sruthi incastrata in questo immenso paese dove il denaro è davvero l’unica e sola cosa che ti permette di avanzare e i sogni sono l’unico modo per ambire ad una vita diversa. Fino a quando non si spezzano e ti rigettano nella realtà.

Parto e la lascio con la promessa che resteremo in contatto tramite Facebook.

Brutta cosa Facebook tra noi volontari e i ragazzi di Daddy’s Home. Carol ce lo ripeteva spesso: guardano le nostre foto in cui le nostre case e le nostre macchine sono per loro come quelle dei ricchi indiani. In realtà quando un indiano è davvero ricco, ma ricco, ricco, ha palazzi e regge e aerei, che la mia casa potrebbe essere la cuccia del cane. Comunque ci vedono talmente ricchi e privilegiati da sentirsi autorizzati a chiederci soldi. Non è il caso di Sruthi. Di soldi non me ne chiede proprio mai.

Finalmente quest’anno mi “prendo il lusso” di passare un giorno da sola con Sruthi chiedendole di portarmi in giro per la sua città e di farmi vedere gli angoli veri, lontane dai centri commerciali e dallo sviluppo economico. Vijayawada è diventata capitale da un po’ di anni  e quindi sta crescendo violentemente e senza regole.

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Sruthi mi infila nelle stradine strette, piene di gente e di negozi dove vendono tutto a qualche rupia. I fili della luce penzolano dai pali di legno e formano delle matasse che da un momento all’altro potrebbero piombarti addosso. I mendicanti sono ovunque e mi tirano da una parte e dall’altra, ogni tanto una moto mi assale alle spalle suonando all’improvviso e facendomi sobbalzare come una molla. Sruthi mi stringe per le spalle e mi guida in mezzo alla folla. Finalmente vedo la città che volevo, quella non ancora violentata dalle luci colorate delle insegne e dalle vetrine immense. Questa è la parte che sapevo avrei dovuto cercare per aver voglia di tornarci prima possibile. I baracchini di cibo fanno affari d’oro, non con me che non tocco nulla per il terrore della maledizione. Avrei anche bisogno di bere ma non scorgo nessuna possibilità. Le bottiglie di acqua minerale non rientrano tra i prodotti in vendita e quando in qualche negozio mi allungano un bicchiere di bevanda devo rifiutare. Mi sparano l’aria condizionata in faccia, mi fanno sedere e track! Il bicchiere sotto il naso. Lo prosciugherei anche solo con lo sguardo da quanta sete ho ma devo resistere.

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Anche qui vengo assalita dalle mie manie: tutto per la casa. Pentole, pentolini e pentoloni, ogni tipo di attrezzo manuale, per fare il burro, per cuocere il chapati, per tagliare la verdura. Poi arrivano le stoffe dai colori meravigliosi.  Passiamo ai bijoux e ai gioielli più o meno veri.  Il mercato della carne e del pesce ha quel tipico odore di cadavere che per noi europei è insopportabile. Alla faccia dell’H.A.C.C.P. e al rigore che noi mettiamo nella conservazione del cibo e nella salubrità dell’ambiente atto alla somministrazione di cibo e bevande. Qui potrei fallire. C’è anche qualche angolo bar ma non mi fido, temo la maledizione intestinale più della disidratazione.

E’ bello anche solo camminare, senza per forza entrare nei negozi strettissimi.

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Mi piace Vijayawada, anche se fa davvero ribrezzo. Solite contraddizioni all’indiana. Mi piace ma mi fa schifo, non vedo l’ora di venirci e quando sono qui mi viene da mandare tutti a quel paese e tornarmene a casa, mi piace la gente ma li odio al pensiero dei bambini abbandonati e torturati.

Sruthi vuole portarmi a casa sua e temo già solo ad immaginarmela. E’ lunga la strada per arrivarci così prendiamo un tuc tuc. Imparo che ogni corsa vale 30 rupie a persona, non 100 come chiedono a me, bianca, inesperta e allocca! Poi faccio i conti e mi sento una scema. 30 rupie sono pochi centesimi di euro, 100 rupie sono poco più di un euro. Ma cosa mi cambia? Eppure tratterò d’ora in poi anche sul prezzo del tuc tuc.

La casa di Suruthi è al piano di mezzo di una costruzione di tre piani. E’ fatta di camera da letto con un solo letto, angolo cucina e angolo bagno. L’unico posto dove sedersi è il letto e su quel letto stanotte come ogni notte dormiranno in tre: Sruthi, la mamma e la sorella. Il fratello, perché c’è pure un fratello di 18 anni, dorme su una branda di fianco al letto che ora sta appoggiata al muro in verticale. Hanno un cane bianco piccolo che tenta di azzannarmi la caviglia e un cuccioletto di qualche settimana raccolto per strada ferito. Mi sciolgo così del tutto. La casa è tutta qui ma è dignitosa e pulita. Non hanno televisore né frigorifero. Per fortuna mi entra un moscerino in gola e inizio a tossire senza pace. La sorella di Sruthi non tenta nemmeno di allungarmi un bicchiere d’acqua, corre direttamente a comprarmi un’intera bottiglia rigorosamente chiusa e sigillata. Le due sorelle conoscono bene il terrore dei volontari che vengono in India: un nulla e il mal di pancia ti stronca! Mi sento in colpa per averle fatto spendere soldi quando avrei potuto bere dal rubinetto.

La conversazione è davvero ridotta, noi due mamme non è che ci intendiamo molto, la lingua ci tiene distanti ma il calore di quella donna e l’accoglienza nella sua casa non potrò mai dimenticarle. Vivono di nulla, lavora solo il fratello di Sruthi e devono pure pagare l’affitto oltre alle spese universitarie. Mancano tre anni a Sruthi per diventare farmacista come vorrebbe lei. Non dico altro, so però che Sruthi ci arriverà a quella laurea.

Non posso dimenticare questa giornata, gli occhi di Sruthi sono di nuovo allegri e dolci e Vijayawada mi scivola addosso con i suoi rumori e i suoi odori, eppure ho un peso che mi stringe il cuore e non vedo l’ora di tornare a Padova Home per allacciarmi alla connessione wifi e mandare un messaggio a Carolina e ad Angelica.

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Mi concedo una birra questa sera, una bella King Fisher fresca dopo giorni e giorni di acqua tiepida.

Sruthi farmacista, me la vedo già con il camice bianco dietro al banco di uno sgangherato negozio di medicine a Vijayawada.

E’ dura la vita in India se sei donna e appartieni ad una delle caste povere. E’ dura per Sruthi che mi implora di non dimenticarmi di lei quando sarò di nuovo a casa mia.

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