Mi illudo che mi stiano aspettando

E’ la settimana più difficile quella che segue il viaggio di ritorno.

Anche quella prima di partire non è uno scherzo: le questioni di lavoro si fanno impellenti e devo chiudere tutto prima di partire. Le scadenze con il fisco, i fornitori, i collaboratori, tutti assieme mi impongono di anticipare pratiche e pagamenti il più possibile e fare in modo che nessuno debba mai pagare le conseguenze del mio viaggio; i bagagli da fare, non tanto per i quattro vestiti da portarmi appresso, quanto per tutti i pacchi e pacchetti che nei mesi ho accumulato in ufficio grazie alla generosità di molte belle persone; i documenti da controllare per non trovarsi, come quest’anno, al check in con 24 ore di ritardo. Insomma una corsa contro il tempo.

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Ma quando torno è un vero disastro! Il fuso orario gioca una parte importante nello stordimento generale che mi accompagna da quando mi alzo a quando mi corico. La notte è spesso rallegrata dai miei colpi di sonnambulismo alla ricerca della spia rossa del televisore per riconquistare il senso d’orientamento nella mia camera. Anche questa notte, dopo ben 6 notti italiane, ho lottato con tutte le mie forze fino a svegliarmi convinta di essere in India. E’ un sonno agitato e poco riposante che spesso devo interrompere accendendo la luce e riprendendo confidenza con l’uomo che ho a fianco, con il cuscino e con Pedro, balzato giù per troppa agitazione a bordo.

Di giorno il cellulare è una giostra di luci e suoni che mi raccontano come la vita a Daddy’s Home stia procedendo. Purtroppo man mano che i giorni passano, anche i messaggi vanno scemando fino quasi ad interrompersi. La sera la stanchezza mi piega le ginocchia e mi appesantisce gli occhi fino a farmeli chiudere finalmente. Ma è dentro che la nostalgia lavora e scava. Per fortuna c’è la casa di Piera che procede e mi offre una possibile scusa per tornare prima del previsto.

Quando mi chiedono di raccontare a volte non so da dove iniziare per poi non sapere quando terminare. Com’è andata? Domanda frequente senza risposta. Come posso dire che sia andata? Bene? Carol si è spenta, ora è in fotografia sotto gli alberi. Satish non ascolta più la musica perché il suo cuore si è stancato di battere. Anche JoshMarie non mangia più i biscotti perché l’AIDS ha vinto. River per un po’ starà in campus e poi tornerà da quelli come lei, un po’ strani. Melody crescerà e diventerà sciocchina e antipatica. Amanda se avrà un po’ di fortuna manifesterà segni di vita un po’ più sviluppati del semplice pianto per fame. Syria andrà a Singapore adottata da una ricca famiglia. Nikita mi sa che non se la prende più nessuno, così come nessuno vorrà Kenya con le sue gambe ritorte, e nessuno si tirerà su Pallavi senza un occhio, e nessuno vorrà Lillo ritardato fisico e mentale.

Ecco come è andata! E’ andata che vorrei stare là per vedere finiti i lavori iniziati, per essere sicura che non appena l’auto ha attraversato il cancello del campus, le nurses non abbiano riportato i bambini in culla, i giochi negli scatoloni, i vestiti nuovi nell’armadione chiuso, riassestando il lavoro alle vecchie abitudini di prima.

Vorrei vedere la mia bella e grande zanzariera installata, per capire se funziona o se è stata una cavolata. Ce la farà quella tenda appesa che ora copre la grande finestra a bloccare le mosche che vanno ad appoggiarsi sulle bocche dei bambini? E riuscirà ad impedire ai grossi e neri calabroni asiatici di minacciare i piccolini che giocano? Saranno servite le misure prese fino allo sfinimento fisico?

Mi piacerebbe che non venissero rimossi i copri materassini in spugna dai letti della Babies Home, per assorbire il sudore dei piccoli in questi mesi caldi da non respirare. Sono materassi in plastica che non lasciano traspirare.

Vorrei che la raccolta differenziata delle immondizie proseguisse, soprattutto nella cucina dei volontari dove il buon esempio darebbe frutti straordinari tra gli inservienti dell’orfanatrofio.

Ho creato una serie di relazioni con il personale indiano e mi illudo di avere più contatti possibili in modo da mantenere un aggiornamento costante. Sono in realtà banali espedienti per non staccare completamente e ritardare il rientro nella mia vita italiana. Non che questa mia vita italiana sia tanto noiosa da farmi desiderare qualcosa che la movimenti. Sono parecchio sotto attacco e le responsabilità di lavoro e famiglia sono di anno in anno sempre più pesanti, e io sono di anno in anno sempre più vecchia. Ma tornare e chiudere di colpo con la mia routine indiana è chiedere troppo: i giorni a casa trascorrono e quasi senza accorgermene lascio che la quotidianità si riprenda lo spazio che le appartiene man mano che il fuso orario sfuma.

Ma sto già programmando di tornare, per la gioia di mia madre che ad ogni viaggio ricorre a tutti i santi in paradiso per affidarmici, convinta che la mia schiena prima o poi  me “la farà pagare”. Eppure partire di nuovo sapendo che non troverò Carol ad aspettarci, anche se già negli ultimi due viaggi la malattia l’aveva tenuta a letto, mi fa sentire un po’ sola.

Ho la piccola Anna Lakshmi che sta diventando grande e Rishi, neonato che le mie ragazze hanno chiesto di adottare al posto di Pedro, il piccolo al quale “LA”Carol aveva dato lo stesso nome del mio adorato cane, sapendo che così facendo non avrei potuto esimermi dall’adottarlo.

Ci sapeva fare la grande Carol! Come ci manca questo suo modo diretto e sicuro, efficace e utile, così importante in questo mondo ambiguo che ha lasciato.

Tornerò presto, tenendo presenti alcuni insegnamenti importanti che è riuscita a trasmettermi nel corso delle nostre chiacchierate, validi anche in terra italiana, non solo indiana.

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Quando tornerò? Prima possibile, ho un appuntamento importante a cui non posso mancare: la promessa che “LA”Carol mi ha fatto prima di andarsene.

Venisse giù il mondo Carol, Piera Home sarà piena di bambine!

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2 pensieri su “Mi illudo che mi stiano aspettando

  1. Anonimo

    Cara Patrizia, ti seguo con interesse e commozione, ritrovando intatto il pragmatismo e la forza dei nostri vent’anni. Ricordi? Mi ha intenerito l’idea di dedicare a Piera una casa. Da li’ dov’è sarà sicuramente contenta. Ti mando un abbraccio. Mirella

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